martedì 12 maggio 2026

PER NON AGGRAPPARSI AD UN TRENO: fine vita di notte in una R.S.A.A.

Treno= Presenza= Vita= Fuga

 

   Sono Luciana e sono figlia di O.  ospite della R.S.A. Menegazzi da anni.  

R.S.A. sta per Residenza sanitaria assistita.

La mamma aveva 100 anni, ottima età, una fine prevista a breve. Certo.

Quando un medico della struttura mi ha telefonato al mattino del 10 aprile più o meno informandomi che la mamma era prossima alla fine, sono andata in struttura preparata ad accompagnarla, a starle vicino come ho fatto assiduamente per tutti gli anni della sua degenza.

La mamma aveva occhi spalancati verso l’alto ma mobili, Nistagmo si dice? Respiro difficile, come se la bocca cercasse l’aria, acqua per  la sete.

Una richiesta di aiuto a respirare, io la percepivo così.

Mi è stato detto che le persone che si avvicinano alla morte, resistono per non lasciare i propri cari, per non far loro dispiacere.

Ho fatto come previsto dal manuale: le ho tenuto la mano, le ho detto che le volevo bene, che tutti le volevamo bene. Che aveva fatto belle cose nella sua vita e che poteva lasciarla con serenità. Serenità?

L’ultimo medico sentito nel pomeriggio, che non era quello del nucleo, mi ha detto che non sapeva quanta vita spettava alla mamma: aveva prescritto oltre alla normale idratazione una tachipirina in flebo nel caso avesse avuto dolori.

Poi la struttura ha chiuso le porte agli interventi medici, all’accessibilità agli stessi.

Sono rimasta sola, siamo rimaste sole. Le sue mani tra le mie, la poltrona della notte imprigionata. Ed è allora che la situazione è cambiata.

Mamma ha cominciato ad agitarsi, a dimenare le braccia in cerca di aiuto, non aveva mai chiuso gli occhi da quando ero arrivata. Adesso lo so cosa era, allora era la prima persona che vedevo morire. Sono una figlia, lo avevo capito: era subentrata l’angoscia di morte, il panico. Mamma è sempre stata una combattente, non ha sfiorata la vita. Lei l’ha attraversata con forza.

Ogni respiro per mamma era una sofferenza. Una agitazione che se non era male fisico era comunque profonda sofferenza.

Ho chiamato l’infermiere che ha constatato la grande agitazione ma  aveva solo la prescrizione di una flebo di tachipirina. Ho pregato che bastasse.

Un figlio, una madre: è crudele vederli soffrire.

Ogni respiro era un movimento che cercava di compensare con uno stiramento del braccio, delle gambe. Si girava in cerca di aggrappo. I miei abbracci non bastavano

La tachipirina ha peggiorato la situazione. Ho  richiamato l’infermiere.

Che poi non sai se disturbi, se sei eccessiva. Prima devi decifrare quello che senti, spogliarlo dalla agitazione (tua).

Ed è allora che mi viene detto quello che ritengo inaccettabile: in tutto il Menegazzi, nelle altre tre R.S.A. non c’è un medico reperibile, neanche telefonicamente. Proprio non esiste.

Il diniego è abbastanza fermo. La responsabilità  è passata a me. In quel momento dovevo capire se il dolore di mamma era accettabile, se una morte deve passare tra tutta quella sofferenza.

Stiamo parlando di RSA. Residenze sanitarie con utenza totale di più di 600 persone che se vanno lì è anche per terminare la loro vita. E non basta fare un servizio dalle 8 di mattina alle 8 di sera. Se il mio caro mi lascia di notte io vorrei per lui una morte dignitosa, un aiuto farmacologico. Io posso solo stargli vicino, accompagnarlo.

Questo lo penso ora.

Allora, al buio (che poi ho saputo che non è la luminosità corretta) mi sono detta che non era accettabile, non poteva essere che io accettassi la sofferenza un passaggio dovuto.

Ho richiamato l’infermiere e ho insistito perchè contattasse la guardia medica.

Ho tolto la mia poltrona da quell’angolo incuneato, ho aperto un attimo la finestra e ho respirato quell’aria che  mamma cercava così disperatamente anche con le mani, con le dita aperte.


 

Mi sono aggrappata al rumore del treno che passava.

L’infermiere è  tornato dopo più di un’ora (per difficoltà burocratiche) con un calmante (per bocca?) dopo aver parlato con la guardia medica

Mamma non riesce a prenderlo. Espelle liquido scuro. Aiuto il personale a cambiarla.

In seguito, ormai sono le 3 di notte l’infermiere sempre su indicazione della guardia medica somministra un tranquillante intramuscolo.

Mamma un po’ si calma. Mi viene consigliato di tenere accesa la luce del letto. E questo serve.

Chiedo anche che le venga dato un po’ di ossigeno, magari aiuta , penso io.

Finalmente mamma si tranquillizza.

Respiro nello sfiato della finestra, mi riaggrappo al rumore del treno.

Mamma dorme, con gli occhi aperti, fino al mattino in cui mi accorgo che se ne è andata. Dolcemente come avrebbe dovuto essere in una struttura con un medico proprio disponibile  con una prescrizione.

Mi vengono addosso tutte quelle ore che ha sofferto inutilmente ( lei e io) dalle 8 di sera alle 3 di mattina circa perché non c’era una ricetta medica, perché non ha avuto la fortuna di morire di giorno.

Chiedo pertanto che le RSA, strutture che già nel nome contengono l’acronimo SANITARIO cambino la loro carta dei servizi e prevedano una copertura medica propria notturna. Anche solo di reperibilità telefonica.

Oggi è toccato a me, a mia madre. Domani potrebbe essere la vostra. O quella del Direttore Generale che nell’ultimo incontro ha detto di avere la mamma in una RSA.

Penso a tutti gli altri ospiti che se ne sono andati di notte. Lo so, ognuno se ne va a modo suo. Ma quanti altri così?

Vogliamo dare dignità alla vita dei nostri cari fino alla fine, vogliamo accedere ad una cura palliativa. Vogliamo sapere cosa fare, come riconoscere, quando chiedere aiuto.

Chiedo che venga istituito un protocollo per il dolore e l’agitazione nelle fasi terminali applicabile anche dal personale infermieristico di turno.

Nell’ultimo incontro con la direzione in struttura ho colto l’intenzione di fare corsi per aiutare la pena dei familiari nella perdita, per la mia esperienza ritengo sia molto più utile farli per aiutare il morente, per allievare al meglio le sue sofferenze, per non buttare sul familiare che assiste il peso di decisioni che lo segneranno per la vita.

Per non aggrapparsi ad un treno.

                                                      ===== 

In data 11/5/26 la struttura ha svolto un incontro sul fine vita, diritto al non dolore e cure palliative.

Vista la mia esperienza mi è sembrata fantascienza, utopia.

Come parlare di andare sulla luna quando non si è nemmeno nemmeno in grado di uscire dalla porta di casa.


lunedì 30 marzo 2026

MONTE LUSSARI: IL RICHIAMO DI UN REEL

Monte Lussari - Friuli

 


   C’è poco da dire, ma quei reel che scorrono quando apri facebook e mostrano paesaggi “meravigliosi” influenzano eccome: sono un invito ad andarci. Un po’ come il Seceda  questa estate che mostrava colonne di turisti in attesa dell’ovovia che porta in quota.

A me è successo col monte Lussari: hai presente quel presepe di  case tra le montagne innevate che entra nella mente e ti prospetta tutto quello che vai alla ricerca nel profondo? Stupore, rifugio, incontaminazione, calore. Allora lo progetti, dal Veneto non è lontano, una scusa per vedere le montagne friulane a due passi da Austria e Slovenia.

Scegli un periodo di poco afflusso ma che ci sia ancora neve, ti trovi un appartamentino nelle zone ai piedi della funivia che poi è una ovovia, chiedi all’I.A., studi  le escursioni da fare.

 Alla fine ci progetti 4 notti a metà marzo.

Decidi di soggiornare a Valbruna, dopo aver visto l’appartamento su booking, che però prenoti direttamente.

Preferisco così: di solito booking ti propone una settimana e sotto data i pagamenti vanno anticipati.

Simulo una prenotazione  per avere il telefono del titolare.

O.K.  si parte dopo qualche giorno.

Valbruna è a due passi da Tarvisio, tradizionale cittadina con negozi e pasticcerie. Le lingue che si colgono sono soprattutto lo sloveno.

Valbruna a parte le poche abitazioni attorno alla chiesa è un centro di seconde case: una più bella dell’altra. Tutte nuove, tutte ornate, tutte vuote.

Ma chi può permettersi una casa vacanza così costosa e andarci solo qualche fine settimana?

Io e Taby camminiamo nel deserto, tra i vialetti e i giardini di abitazioni vuote e chiuse, perfettamente abbellite e decorate. C’è un senso di smarrimento e di perdersi nel vuoto.

Il primo giorno nevica, lo sbalzo tra la primavera quasi consolidata della partenza e il ritorno al pieno inverno un po’ disturba ma pazienza: il meteo dice che sarà bello i prossimi due giorni.

Andiamo a Tarvisio, pasticceria da Svetina, sul corso principale. Il ben di Dio delle brioches, krapfen, maritozzi, pani speciali, dolci.

Panificio pasticceria Svetina

Il giorno dopo c’è un sole limpido, si prende l’ovovia e si arriva al Lussari.  Che è la cartolina che ti aspettavi.

Un borghetto presepe,  sparute case aggrappate e sul punto più alto il santuario. Gli sciatori arrivano soprattutto da dietro, risalendo dalle piste da sci. Visitano il posto allungando e rimontando la discesa, Taby è l’unico cane turista. Ce n’è un altro che fa trekkiing con il padrone lungo la discesa del Pellegrino.

Il borgo è molto più piccolo di quanto immaginavo, giusto 2/3 ristoranti e qualche albergo con vista sul panorama.


Pranziamo in un locale consigliato Rosenwirt Hutte, dove ci accorgiamo che il turismo ha cancellato la ricerca della qualità da parte dei ristoratori. Gente che poi fugge: vale la pena impegnarsi per un piatto curato?

Taby si innamora perdutamente della vicina di tavolo  ed è la prima volta nei suoi 13 anni che si innamora perdutamente. Mai visto prima una situazione così. Fa riflettere.

Ma esistono persone speciali? Che emettono un’aura di calore, bontà, empatia, innocenza?

Resta una fotografia a immortalare quel momento, che adesso è a Malta.

Il giorno dopo il nostro programma prevede il giro dei laghi di Fusine.

Il lago superiore è ghiacciato, pochi turisti. Arriviamo fino a dove la lastra si rompe, poi andiamo a quello inferiore che sono 4 km. di anello in parte gelato. Utilissimi i ramponi da scarpe che agganciamo e Taby non rinuncia a nuotare nel lago gelido.



Bella scoperta il rifugio che si affaccia: “Edelweiss” dove il cibo è senz’altro il migliore provato in questa vacanza.

Rifugio Edelweiss

La proprietaria ci suggerisce una macelleria a Tolmezzo dove acquistare le saporite salsicce che ci ha servito.

Alla sera decidiamo di cenare a Ugovizza nel ristorante che Tripadvisor segnala migliore.

E’ sera ma intuiamo che la posizione deve essere suggestiva e anche il ristorante specializzato nelle trote è elegante. In effetti trote e antipasti di pesce sono buoni. I primi, meno.

Ogni vacanza, ogni nuovo incontro lascia qualcosa: un paese che abbaglia nelle immagini dove puoi dire di esserci entrata. Una persona di Malta che doveva avere una luce speciale. Un krapfen cotto al forno che non avevi mai assaggiato. Lo sconcerto di camminare in un paese fantasma, quasi un futuro da film. Una casa di Valbruna sopra una torre di roccia tra la neve.

 

sabato 21 febbraio 2026

IL PERSONAGGIO

 


   Si chiama Andrea e fa il sostenuto. Mi veniva da dire che ha della “sufficienza”.

Figlio di ristoratori e di una madre, cuoca eccellente, che ha passato la responsabilità della cucina alla nuora. Brava, i suoi piatti eguagliano quelli della suocera tranne nel sugo dei ravioli, fatti in casa, da precisare. E che non hanno il ripieno di ricotta e verdure come si può pensare ad un assaggio inesperto: dentro ci sono carni magre e coste d’argento.

E lui Andrea te lo fa notare dopo averti fatto il quesito. Risposta sbagliata. Quattro o tre.

All’inizio la prendi per una battuta, poi capisci che fa sul serio. Serve (a lui) per valutarti.

E tu che vai lì per mangiare ti senti di camminare sulle uova. Perché Andrea è imprevedibile. Con lui una richiesta di un altro po’ di vino o di un’altra mezza porzione seguono il bon ton del momento. Devi stare attenta al modo, al tono, alla parola. Non perdona. Non devi minimamente esprimere te stesso: l’amichevolezza fa troppo intimo, toglie deferenza e il rispetto che lui pretende.

Stenti a credere che sia lo stesso posto dove 40 anni prima andava tuo padre e i suoi amici non proprio raffinati al termine di un giro di bevute. Un cicchetto, un assaggio, un altro bicchiere e la domenica passava.

Non ricordo nemmeno di esserci stata tante volte per il classico pranzo. Erano altri tempi: tutto era misurato.

Sarà una quindicina d’anni che ritorno con frequenza e se all’inizio la cordialità e i ricordi mi illudevano di instaurare un rapporto di accoglienza ed essere riconosciuta, col tempo certe risposte con un po’ di “sfottò” e distanza (bizzarria?) mi hanno messa in riga.

Il suo è un personaggio sulla cui personalità viene da farsi delle domande.

Il ristorante è decadente dentro e fuori. I posti contati anche se il locale è vuoto. Si cucina per un tot di tavoli. Quelli che lui prevede per la giornata.


 

A volte dai fastidio, lo cogli. La cucina è ottima.

Le sue risposte taglienti:

“ Vieni per i ravioli? Allora non venirci più perché non è detto che li facciamo ancora!”

“ Il prosecco come lo vuoi? Scaraffato, in bottiglia, dentro il ghiaccio?”

E tu sai che non è una semplice domanda, è un trabocchetto. Testa la tua competenza, e di sicuro sbaglierai la risposta e lui se ne andrà borbottando sull’impreparazione di chi si siede alla sua tavola dove gli tocca servire commensali inesperti. Faciloni, pressapochisti: gente che non ha il gusto e la preparazione che spettano al suo ambiente.

I prezzi a volte sparano, ti conviene prendere il giusto perché se mangi meno il conto sarà lo stesso.

Adesso entriamo, un sorriso e saluto di educazione, un tavolo d’angolo. Speriamo di non urtargli i piedi. Le richieste le facciamo alla figlia.

Andrea a mio avviso ha classificato i clienti: i ricchi, le autorità, gli amici ma tanto amici. Gli altri e chi se ne frega pensa lui. L’orgoglio prima di tutto. Il rispetto del suo schema mentale, della sua visione del locale che rappresenta se stesso.

L’unico cedimento, l’ho visto fare in periodo covid. Ma è stato giusto: “buon viso a cattivo gioco”.

Alla mia età gli Andrea sono uno studio, un personaggio del mondo, sotto certi aspetti l’imprevedibilità crea interesse.

Piatti della moglie squisiti, che è quello che conta.